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07/09/2026
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ERAVAMO PARTITI PER UNA GARA… E SIAMO TORNATI CON UNA STORIA.

ERAVAMO PARTITI PER UNA GARA… E SIAMO TORNATI CON UNA STORIA.
07/09/2026
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Eravamo in quattro.

Quattro uomini, quattro modi diversi di vivere la bicicletta, quattro storie che per qualche giorno si sono incontrate tra le montagne dell’Ötztal.

Paolo Rocchi, il veterano.

Ventitré edizioni sulle spalle. Una presenza che, soltanto a raccontarla, fa capire cosa significhi davvero amare questa gara.

Nunzio Scrivano, il cuoco del gruppo.

Quello che riesce a trasformare anche un viaggio verso una delle gare più dure del mondo in un momento da condividere, tra una risata, un piatto, una battuta e quell’arte tutta sua di far sentire una squadra… anche quando non si è in sella.

Alfio Cristaldi, il rookie.

Alla sua prima esperienza, con gli occhi di chi deve ancora scoprire cosa significa davvero pronunciare una parola soltanto: Ötztaler.

E poi il sottoscritto.

Quello che pensava di essere pronto.

Perché ero andato lì per fare una bella gara.

Per essere, ancora una volta, un Finisher della gara delle gare.

La preparazione era stata lunga. Dura. Quasi perfetta.

Dal giorno in cui mi avevano tolto i punti dal braccio, ero ripartito da 72 chili di sconforto e delusione, fino ad arrivare a 59,5 chili di allenamenti, sacrifici e determinazione.

Ore e ore.

Sei.

Sette.

Nove ore.

Quasi sempre da solo.

Sull’Etna, dove il vento ti parla senza bisogno di parole.

Sui Nebrodi, dove impari a rimanere da solo con i tuoi pensieri.

Chilometri che nessuno vede.

Salite che nessuno applaude.

Giornate in cui l’unica cosa che ti tiene compagnia è il rumore della catena e quella domanda che ogni ciclista, prima o poi, si pone:

“Ne varrà la pena?”

Poi arriva la settimana della gara.

E giovedì, quando ormai ero a Sölden, arriva anche ciò che non avevo programmato.

Una linea di febbre.

Il mal di gola.

Il petto chiuso.

Il respiro che non sembrava quello che avevo allenato per mesi.

E lì, per un attimo, tutto si ferma.

Non vi nascondo che la delusione era tanta.

Avevo anche pensato di non partire.

Dopo mesi di preparazione, dopo chilometri, sacrifici, rinunce e sogni, poteva finire tutto così.

Una visita.

Un piccolo rumorino sentito alle spalle.

E la prudenza che, per qualche ora, sembrava avere vinto sulla voglia.

Poi arriva domenica.

E quando arriva domenica, qualcosa cambia.

Numero di gara sulla maglia.

Carta d’identità e telefono in tasca, cose che normalmente non porto mai.

Mascherina davanti alla bocca per proteggermi dagli otto gradi di Sölden.

Caramelle alla menta nelle tasche.

Sembravo più pronto per una spedizione in alta montagna che per una gara in bicicletta.

Ma ero lì.

E allora… si parte.

Circa dal duemiladuecentesimo posto.

Davanti a me e dietro di me migliaia di persone.

Quattromilaquattrocento pazzi.

Quattromilaquattrocento storie.

Quattromilaquattrocento persone che avevano deciso di sfidare le montagne.

E questa, delle nove Ötztaler che ho vissuto, è stata forse la più emozionante.

Quella dal finale più incerto.

Ero pronto a fermarmi.

Pronto a salire sul carro scopa se il mio corpo avesse detto basta.

Non avevo certezze.

Avevo soltanto una bicicletta, un numero sulla schiena e la voglia di vedere fin dove sarei riuscito ad arrivare.

Poi arriva il Kühtai.

E lì succede qualcosa di incredibile.

Gente ovunque.

Urla.

Incitamenti.

Bandierine.

Musica.

Per un attimo ho pensato di essere al Tour de France.

Ma il freddo in discesa era terribile.

Quando sono arrivato a valle avevo la gola in fiamme.

Ad ogni respiro sembrava passasse una lama.

Eppure si continuava.

Perché all’Ötztaler si continua.

Arriva il Brennero.

Un’emozione continua.

Tantissimi appassionati lungo la strada.

E quel gruppo ristretto che tirava come se non esistesse il giorno dopo.

Poi arriva il Passo Giovo.

Una salita strana.

Una salita che, in qualche modo, mi ha ricordato casa.

Mi ha ricordato l’Etna.

Percentuali che sembrano quasi gentili.

Ma che, metro dopo metro, entrano nelle gambe.

E fanno male.

L’ho affrontato con una regolarità che quasi mi ha sorpreso.

Senza strafare.

Senza inseguire nessuno.

Soltanto ascoltando il mio corpo.

E anche lì… tanta gente.

Ma davvero tanta.

Una delle Ötztaler con più appassionati lungo il percorso che io ricordi.

Forse soltanto nel 2013 avevo visto qualcosa di simile.

Non lo so.

So soltanto che ogni volta che sentivo qualcuno urlare, per qualche secondo dimenticavo la fatica.

Fatto il Giovo, però, rimaneva lui.

Il mostro.

Il Timmelsjoch.

Per noi italiani, semplicemente il Passo Rombo.

Ventinove chilometri di salita.

Quasi millesettecento metri di dislivello.

Con già tremilasettecento metri nelle gambe.

E lì non puoi mentire.

Non puoi bluffare.

Non puoi nasconderti.

La montagna ti prende per quello che sei.

A San Leonardo in Passiria il caldo si fa sentire.

A me, stranamente, piaceva.

Almeno la gola respirava un po’ meglio.

Ma le gambe…

Le gambe sapevano già cosa avevano fatto.

Poi arrivano gli ultimi otto chilometri.

E lì l’Ötztaler smette di essere una gara.

Diventa qualcosa di diverso.

Diventa un viaggio dentro se stessi.

Quella galleria.

Lunga.

Silenziosa.

Quasi infinita.

Poi l’uscita.

Il confine.

Lo scollinamento.

I 2500 metri.

E pensi:

“È finita.”

Ma no.

Non è finita.

Perché l’Ötztaler non ti lascia mai andare così facilmente.

C’è ancora il Mautstelle.

Un chilometro e mezzo che sembra non finire mai.

Un chilometro e mezzo capace di farti venire i crampi quando pensavi di avere ormai lasciato tutto alle spalle.

E poi…

Sölden.

L’arrivo.

Io e Alfio Cristaldi.

Il rookie e quello che di Ötztaler ne aveva già viste tante.

Due storie diverse.

Due percorsi diversi.

Ma in quel momento una sola emozione.

E quando ho attraversato quel traguardo, è successo tutto.

Un pianto.

Di quelli veri.

Di quelli che non riesci a fermare.

Perché, sinceramente…

non pensavo di partire.

E forse, ancora di più…

non pensavo di arrivare.

In quei minuti ho pensato a tutto.

Ai chilometri fatti da solo.

Ai sacrifici.

Alle salite sull’Etna.

Ai Nebrodi.

Alle giornate in cui allenarsi sembrava una fatica inutile.

Ai momenti in cui avrei voluto lasciare perdere.

E soprattutto ho pensato a mio padre e a mia madre.

Questa volta la dedica è tutta per loro.

Perché, nel bene e nel male, sono loro gli artefici di questo ragazzo ormai cresciuto soltanto sulla carta.

Un ragazzo che continua a innamorarsi di un pedale.

Di due ruote.

Di un telaio.

Di una bicicletta alla quale affida tutto se stesso.

Anche quando in discesa si sfiorano i cento chilometri orari.

Forse non è soltanto fiducia.

Forse è amore.

E mentre io vivevo tutto questo, accanto a me c’erano loro.

Paolo Rocchi , il veterano delle ventitré edizioni.

Uno che questa gara la conosce come si conosce una vecchia amica.

Sa dove fa male.

Sa dove inganna.

Sa dove devi avere rispetto.

Ventitré Ötztaler non sono soltanto un numero.

Sono una vita raccontata attraverso quattro passi.

Poi c’era Nunzio Scrivano, il nostro cuoco.

Perché ogni gruppo ha bisogno di qualcuno che sappia tenere insieme le persone.

Non soltanto con il cibo.

Ma con la semplicità.

Con la voglia di condividere.

Con quella capacità di rendere speciale anche il momento più normale.

E poi c’era Alfio Cristaldi (team Sicilia in bici) che anche se non fa parte del nostro Team ha viaggiato con noi e fatto parte integrante di questa spedizione.

Il rookie.

Alla sua prima Ötztaler.

Ma con quella determinazione negli occhi che appartiene a chi, per la prima volta, scopre quanto può essere grande una montagna… e quanto può essere grande ciò che riesci a trovare dentro di te.

Eravamo partiti insieme.

Ognuno con la propria gara.

Ognuno con le proprie paure.

Ognuno con i propri sogni.

E siamo tornati con qualcosa in più.

Perché l’Ötztaler non è soltanto una gara.

È un viaggio.

È amicizia.

È sofferenza.

È silenzio.

È freddo.

È caldo.

È una salita che non finisce.

È una galleria.

È una voce sconosciuta che urla il tuo nome.

È un messaggio sul Garmin quando pensi di non avere più niente da dare.

E a proposito di quei messaggi…

Grazie ai miei amici.

Grazie ai compagni de Il Pedale nel Cuore.

Non sapendo nemmeno se avessi portato il telefono, perché normalmente non lo porto, avete continuato a mandarmi messaggi sul Garmin.

E ogni messaggio era una spinta.

Ogni parola era una mano sulla schiena.

Ogni incitamento arrivava proprio quando le gambe iniziavano a chiedere silenzio.

Grazie.

E grazie anche all’organizzazione di Sölden e dell’Ötztaler.

Perché in un mondo in cui si potrebbe pensare soltanto ai numeri, qui si continua a pensare alle persone.

Alla sicurezza.

Al nostro stare bene.

A far vivere una grande esperienza senza trasformarla in qualcosa di impersonale.

Quattromilaquattrocento partecipanti.

E per ognuno di loro, probabilmente, una storia diversa.

La mia, questa volta, è stata una storia che non avevo previsto.

Ritornerò?

Oggi non lo so.

Adesso mi aspetta una settimana di antibiotico.

Poi bisognerà recuperare.

Respirare.

Riprendersi.

E magari, con il tempo, capire.

Capire se quello che è successo in questa edizione era soltanto un imprevisto.

Oppure un segnale.

Un segnale del destino.

Perché quando pensi di non partire…

e poi parti.

Quando pensi di non arrivare…

e poi arrivi.

Forse qualche domanda devi iniziare a fartela.

Ma una cosa la so già.

Dopo nove edizioni, dopo migliaia di chilometri, dopo tutto quello che questa gara mi ha dato e tolto…

posso dirlo ancora una volta.

Con il cuore.

Con le lacrime agli occhi.

E con quella stessa passione di sempre.

Signori… questa è la gara delle gare.

Questa è l’ÖTZTALER RADMARATHON. 🚴‍♂️🏔️❤️

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il pedale nel cuore otztaler Otztaler Radmarathon

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1 commento

Mario Spampinato ha detto:
14/09/2026 alle 23:52

Ormai sei diventato un ironman non ti ferma più niente . continua ancora

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